Cambio di scena: il lavoro è artigiano

Credevo fossero due mesi da che ho scritto l’ultimo articolo su questo blog, da che avevo dovuto sospendere i nuovi workshop avviati al Work Village, che tanto ci stavano divertendo. Invece avevo scritto, e curiosamente l’articolo era rimasto, seppure finito, in bozza.

Sapevo che era l’ora in cui il titolo che ho dato alla testata di questo blog, cambio di scena, si stava concretizzando. Avevo visto giusto. Il segnale che veniva dallo svuotamento dei teatri, dai costi che riducevano la produzione creativa ad un’inezia, dalla perdita progressiva di creatività a favore di prodotti preconfezionati ora ha generato una superfetazione. Un virus si è infiltrato nei nostri corpi, imponendoci la resa. Quella che ci rifiutavamo anche solo di considerare, troppo presi dall’ansia di produrre, dalla fretta di correre, ce l’hanno imposta i nostri corpi.

E ora non possiamo fare altrimenti, dobbiamo stare fermi. Difficile riuscirci, l’ansia da produttivismo-efficienza-ricerca-di-denaro ci ha fin troppo intossicato: anche dentro le pareti domestiche ci agitiamo come leoni in gabbia. Ma è come per i tossici chiusi dentro una stanza: vomitiamo, abbiamo la nausa, produciamo umori di ogni genere, e non ci laviamo, quindi puzziamo anche. Ma alla fine ci stiamo disintossicando. E via via che la mente ottenebrata si fà più lucida, l’energia pulita torna a pervadere i nostri corpi e l’aria intorno a noi, la forza ci riprende, le idee cominciano a moltiplicarsi.

La creatività sta ammazzando il virus, e le tossine. E torna prepotente sulla scena, per cambiarla. E’ un lavoro artigiano, richiede cura, pazienza, attenzione, meticolosità, e ad ogni gesto, pensiero. Ci vuole tempo per questo, ecco perché, è già sovversivo.

(2 – continua)