Open doors, ricominciamo ad aprire le case

Questione di accoglienza. Sì, di contatto, di relazioni, di conoscenza dell’altro. Non per niente il tema che abbiamo scelto per questa iniziativa è stato “Accoglienza, incontro”. Perché è una matrioska, la apri e scopri che intende proprio la dinamica stessa dell’evento: qualcuno che accoglie noi artisti del gruppo Arti performative di GCC aprendoci la sua casa, permettendo così che abbia luogo l’incontro.

Questa è la sostanza, è il contenitore che si fa contenuto, è il rovesciamento del senso. Perché non vogliamo “parlare”, di accoglienza e incontro, vogliamo agire, l’accoglienza e l’incontro. Allora acquista un senso accostare canzoni, brani, testi, poesie come abbiamo fatto, concedendoci 10 minuti a testa, per raccontarne il senso. Scoprendo così che tutte queste matrioske allineate sono identiche e diverse: perché parlano dell’incontro con l’altro nell’amore o della negazione di questo nel sessismo, dell’emigrazione o della fatica del lavoro, dell‘innamoramento tradito e del tradimento di se stessi, dell’incontro con se stessi e della possibile convivenza col tutto che siamo.

Così, in un piccolo graziosissimo appartamento di Fidene è andata in scena questa “porta aperta”, tra il salone e il terrazzo, tra pizze e patatine, tra vino e birra, tra lacrime e risate. Un’occasione preziosa, che questa prima volta non poteva che trasformarsi quasi in una festa, ma che vogliamo, nell’idea di accoglienza, diventi anche un momento di confronto, seppure leggero e informale, sull’indispensabilità della retribuzione del lavoro artistico, sulla necessità di riprendere una battaglia seria perché i fondi pubblici si adeguino almeno alla media europea, evitando così di far diventare prassi anche il crowdfunding – pure lodevole dato che chiede a ciascuno 1 per farne 1000 insieme – perché è comunque un’iniziativa privata, che può affiancare, non sostituire, quella pubblica.

Tema fondamentale tanto più in quanto con l’avvento del web il lavoro intellettuale è sembrato divenire un’operazione talmente banale da non aver bisogno di essere sostenuta economicamente, e che invece deve tornare a restituire una chiara coscienza dell’impegno che comporta. In modo stimolante, discutendo di nuove vie per il lavoro artistico, per trasformare il circuito ufficiale, per uscire dal chiuso dei teatri (già uscito giocoforza) per reinventare una nuova circuitazione, accanto alla trasformazione della stessa manifestazione artistica. O all’accoglienza, di nuovo, della infinita diversità tra le diverse forme che ciascuno, nella sua originalità, può esprimere.

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