Ritrovarsi, Non una di meno

Dopo il Piano Nazionale e la manifestazione del 25, su libera.tv ho scritto anche dell’assemblea che si è tenuta nell’Aula Magna della facoltà di Psicologia a Via dei Marsi, S. Lorenzo, domenica 26 Novembre. Ma se ad un articolo ho affidato la sintesi di quanto fatto in un anno di lavoro e delle diverse priorità soprattutto dalle tante realtà locali, per dare il polso di una concreta traduzione nelle pratiche di quanto scritto nel Piano, nel mio blog voglio dare la precedenza ad un altro aspetto fondamentale della pratica della differenza: partire da sé, e illuminare così la relazione fra le cose.

E’ la sostanza del mio libro L’unica possibilità di essere normale, ed è evidente già nel titolo che ho scelto che per me quello è il succo della politica della #differenza. Perché partire da sé è illuminare la relazione tra le cose, perché ciascuno di noi è un universo di desideri e bisogni inscindibile, come un prisma multicolore. Impossibile considerarne solo una faccia, non sarebbe più lo stesso.

Che la politica di sinistra non lo abbia ancora capito è sconcertante, e ormai intollerabile. Di certo questa è la strada, e indietro non si torna. Anche perché sono convinta che non c’è aspetto che ci riguardi che illuminato dal contesto assuma per noi stess* tutta un’altra visione, restituendoci il più delle volte una consapevolezza che prima non avevamo.

Io stessa, pur avendo scritto un libro su questo, senza un contesto nel quale ritrovarmi è come se mi fossi affanosamente arrampicata a fatica sui rari spunzoni di una parete talmente erta da non riuscire a vedere la vetta se non nebulosamente. Eppure parlavo del mio liceo, un’unica esperienza d’eccellenza degli anni ’70 dove si è sperimentato per la prima volta il tempo pieno, l’interdisciplinarietà e lo studio di gruppo con la relazione in classe. Niente voti, niente compiti, niente “libro di testo” ma biblioteca di scuola. Lavoro in comune tra le discipline, lezioni in comune con più di un professore in classe, studio di gruppo per la relazione nei diversi periodi storici delle diverse discipline. E come questa modalità corrispondesse a molte delle lotte che contemporaneamente erano in piedi in quegli anni.

Che io non sia stata in grado di adattarmi dagli anni ’80 in poi a una realtà che lanciava Mediaset e gli Yuppies si può capire, così come si può capire che nel fuggi fuggi generale rimanere sola con quella visione del mondo maturata al liceo e tradotta nelle lotte, è come essere il pazzo sull’autostrada della nota barzelletta. Quando Ilaria perciò ha preso la parola in assemblea, per raccontare del disagio psichico di cui soffre e per cui è in cura, dal quale si è sentita per un momento alleggerita camminando per le strade del corteo il 25 scorso, non ho potuto trattenere le lacrime. Quelle nelle quali è impossibile distinguere tra la sofferenza che si libera e la gioia che esplode.

La solitudine è finita. Ho capito anche perché quelle che credevo amiche non mi chiamano mai per sapere come sto. E’ il passaggio dal disagio individuale alla chiarezza politica. E’ il passaggio dall’introiezione di un problema come una colpa, e come una questione che dobbiamo risolvere noi stess* pena considerarci fallit*, all’individuazione delle responsabilità nel constesto sociale e politico. E insieme a questo, la bellezza di incontrare altr* che stanno vivendo lo stesso disagio, condividerlo e trasformarlo in denuncia, lotta, pratiche.

L’unica possibilità di essere normale, appunto.

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