Contro il Caporalato, una cultura nuova vecchia come il mondo

Proprio ieri ragionavo su quanto fosse stato delegato alla politica dalla fine degli anni ’70. E oggi, leggendo nel dettaglio i fatti relativi alla morte di Paola Clemente e al dilagante caporalato “in virtù” del quale lavorano 40.000 donne italiane (e sottolineo italiane) nelle campagne pugliesi, mi trovo a considerare con costernazione che Di Vittorio si rivolterebbe nella tomba, scorprendo come siano state vanificate le sue battaglie. E, vorrei dire, svuotato di forza e senso il suo sindacato.

lavoroneicampi

E torno quindi sul punto su cui riflettevo ieri: non basta la politica. Servono battaglie culturali che imprimano un vero cambiamento nella società. Il libro che ho scritto – caricato su questo blog e quindi scaricabile – “L’unica possibilità di essere normale”, attraverso le battaglie per la scuola pubblica e per la libertà d’insegnamento, per la casa come servizio sociale e per servizi pubblici accessibili, ruota intorno a questa sostanza: le battaglie sono prima di tutto culturali, per un cambiamento della mentalità, delle teste. E non a caso rilevavo, a proposito delle nuove discipline sbarcate nelle scuole negli anni ’60 come l’insiemistica o la linguistica o le Annales di storia, che con grande semplicità l’elaborazione avveniva tra gli insegnanti, che senza passare per le Accademie e le Università le traducevano in discipline scolastiche. Questo è ciò che ha determinato la forma mentis del “personale è politico”, fuori dalle logiche dei partiti. Una breve ma proficua stagione per l’intelligenza collettiva, che ha prodotto come risultato, al culmine di un percorso fatto nella società, le leggi più civili che questo paese ha avuto.

Una forma mentis la cui radice sta in un sentimento vero, forte, per un un mondo a misura d’uomo, dove fraternità e condivisione sono necessità personali, e la solidarietà degli egoismi determina l’azione sociale.

E’ da qui che passa il cambiamento, e solo sulla strada lo si può trovare. Il resto è una partita a scacchi per “cambiare tutto perché nulla cambi”. O certo, piccoli passi, troppo pochi e troppo tardi.

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