Marilyn vs Vargas Llosa, come dire vita vs Letteratura

Se scrivere significa esorcizzare le nostre ombre e ignorarle nella vita reale, l’incipit di Tropico del Cancro, di quel Miller che si è rivoltato contro l’alienazione, ben riassume l’inutilità della “letteratura”: “Non ci sono più libri da scrivere, grazie a dio”.

Riflettevo su un articolo di Vargas Llosa di qualche tempo fa pubblicato da «Repubblica», a difesa della Letteratura come la bolla fantastica dove dar vita a tutti gli impulsi distruttivi, evitando di farli tracimare nel reale, tutelando così la società civile.

Motivo per il quale ogni censura è intollerabile, ancorché si tratti di apologia del fascismo, del nazismo, o ad impronta palesemente maschilista. In particolare questo genere è oggetto della sua attenzione perché, ci fa sapere, le femministe più radicali vorrebbero che nelle scuole spagnole fosse vietata la lettura di Neruda, Javiér Marias o Pérez-Reverte perché “rabbiosamente maschilisti”.

Il fatto è che la censura è intollerabile perché è imprescindibile la libertà di pensiero e di opinione, e non perché così si arginano i pensieri cattivi, anche perché i fatti si incaricano sistematicamente di smentire un simile sillogismo.

Collocare nell’immaginario l’arroganza maschile, tanto per dirne una, con tutti i suoi risvolti violenti, purtroppo non significa affatto che nella vita reale gli uomini sono più civili, aperti al confronto, per nulla competitivi e pronti a riconoscere quando le donne fanno meglio di loro.

Ma quel che mi sorprende ulteriormente è la sostanza di tutto il discorso, ovvero come sia scontata per questo Nobel l’ipocrisia borghese. Talmente nelle cose da sorvolare sulle bestialità di cui è tuttora capace l’essere umano (suppongo, a questo punto, fisiologiche), nonostante la prolifica produzione di letteratura horror, fantascientifica e fantapolitica, nonché tutta quella storicistica sugli orrori passati e recenti.

Insomma da Freud a Vargas Llosa, potremmo dire, dal momento che il Novecento si è aperto con la convalida da parte dell’inventore della psicanalisi (e anche qui….) degli orrori sognati come rovescio  della tenuta della società civile (titolo onorifico di cui si è persa traccia nella sostanza), e all’inizio del Nuovo Secolo lo scrittore si incarica senza colpo ferire di convalidare la tesi. Scateniamoci nel mondo dei sogni, così saremo più sobri nella vita reale.

Peccato che nel distico si può leggere quella che sembrerebbe una citazione (ci sono le virgolette) di cui in realtà nell’articolo non c’è traccia: “(…) l’arte o è sovversiva o è morta”. Ma la sovversione sta nel rovesciamento della norma, è tautologico, dunque prevede la rottura degli argini di quanto sognato, scritto, teorizzato, per sconvolgere la realtà e trasformarla.

E questa affermazione è la prima sovversione, ovvero rovescia quanto teorizzato in tutto l’articolo: la “Letteratura”, se è arte, serve a far palpare la differenza tra parole-chiacchiere e parole-azione. Altrimenti è il contrario della sostanza, della carne, della verità, del senso. In una parola: intrattenimento, in sostanza: fuffa.

Qui l’impegno là la svuotamento del cervello, qui la gestione della rabbia là una strage, qui la sacra famiglia là l’amante, qui le responsabilità là il menefreghismo, qui il servilismo là la trasgressione. Apologia dell’alienazione, insomma. Esattamente ciò che spezza la molla interiore, e paralizza l’azione. La mia Marilyn lo ha detto chiaro, e non si stancherà di ripeterlo. Con tutti i suoi personaggi evocati, questa volta presenti. E sarà un vero conflitto vitale.

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